Santa Sofia d'Epiro

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                                                        La Storia


La fondazione di Santa Sofia d'Epiro è largamente anteriore alla venuta degli Albanesi nella Calabria Settentrionale alla fine del XV secolo. Il vasto arco di colline che si estende a nord-est di Bisignano e scende fino al fiume Crati, fu diviso fin dal Medioevo in cinque grosse contrade: la Terra di Santa Sofia ed i casali di Musti, Appio, San Benedetto e Pedilati, infeudate ai vescovi di Bisignano da Papa Celestino III con la bolla del 13 Aprile 1192 e dal re di Napoli Tancredi IV. Altri riferimenti archivistici ci informano dell' esistenza di questi piccoli centri abitati: in un registro contabile, nel 1268, tra "Sanctus Benedictus" e "Alimusti" è inserito il nome di "Sancta Sofia" seguito da "Apium"; nel 1269 secondo una cedola angioina la popolazione di Santa Sofia risulta composta da 213 persone; nel 1276 il numero ufficiale di fuochi (famiglie) del casale è di 50; nel 1331 dalla Platea dell' archivio Vescovile di Bisignano abbiamo notizie del Casale di Pedilati. Un' altra importante conferma si trovava in un'iscrizione dell'epoca di Mario Orsini, vescovo di Bisignano (1611-1624), collocata nel Palazzo dei Vescovi Baroni di Santa Sofia nel 1622 e che uno dei suoi successori, Mons. Bonaventura Sculco (1745-1780), fece fortunatamente riprodurre nel 1750 in un atto notarile, prima che venisse distrutta durante i lavori di ampliamento del palazzo. Riguardo all'origine bizantina si Santa Sofia si deve effetivamente considerare che verso l'anno 869 i Bizantini fecero irruzione nei confini del Principato Longobardo di Salerno occupando Cosenza, Bisignano e Rossano. E' probabile quindi che un esiguo gruppo di soldati, fermatosi sulle colline poco lontane da Bisignano, avrebbe dato origine ad un minuscolo nucleo di abitazioni, attribuendogli il nome di Santa Sofia. Dopo un iniziale momento di sviluppo e di accrescimento demografico le cinque borgate vennero spazzate via dalla tremenda epidemia di peste che infierì sulla Calabria alla metà del XIV secolo. I danni della peste furono aggravati dai numerosi terremoti, tra i quali il più disastroso fu quello del 1450. I feudi del Vescovo di Bisignano rimasero desolatamente vuoti ma, ciò che più conta, assolutamente improduttivi. Per questo motivo dal 1472 Mons. Giovanni Frangipani, Vescovo di Bisignano dal 1449 al 1475, favorì l'insediamento di un gruppo di profughi provenienti dall' Epiro nelle sue terre. Negli stessi anni era Principe di Bisignano Girolamo Sanseverino (1471-1478). La già citata epigrafe del 1622 del Palazzo Vescovile di Santa Sofia faceva risalire l'insediamento della Comunità di Albanesi a 150 anni prima della collocazione dell'iscrizione, ovvero nel 1472. Da questo momento gli Albanesi si trovarono irrimediabilmente invischiati nella rete di obbligazioni e tributi fiscali, che gravavano sulle popolazioni dell' Italia Meridionale in quel particolare momento storico. Essi risultarono sottomessi sia al Vescovo di Bisignano che al Principe Sanseverino e ad ambedue dovevano corrispondere decime su tutte le loro attività. Inoltre il Vescovo esercitava sulla popolazione la giurisdizione civile e religiosa, mentre il Principe aveva nelle sue mani quella criminale. Per regolarizzare la loro posizione giuridica e per difendersi dai soprusi dei gabellieri, gli Albanesi di Santa Sofia contrassero nel 1530 Capitolazioni con il Principe di Bisignano Pietro Antonio Sanseverino, redatte in Morano nel 1° di Agosto dello stesso anno. Nel 1586 i Sofioti stipularono degli altri statuti con il Vescovo Mons. Domenico Petrucci (1584-1598) e precisamente il 26 settembre in Bisignano presso il Notaio Marcello Baccario. Altro importantissimo documento è la Platea dei beni dell'episcopato bisignanese, redatta dal canonico tesoriere della cattedrale Mons. Francesco Domenico Piccolomini (1492-1530). In questo atto si leggono i fuochi che costituivano i casali di Santa Sofia (77 fuochi) e di Pedilati (29 fuochi). Nel 1543 gli abitanti di Pedilati, per protesta contro l'eccessivo fiscalismo, bruciarono Casale e si stabilirono in Santa Sofia che contava ormai 96 fuochi, circa 296 abitanti. Durante il principato di Bernardo Sanseverino cominciò la decadenza economica della florida dinastia dei signori di Bisignano. Le difficoltà finanziarie della Casa divennero ancora più evidenti sotto il suo discendente Carlo Mario Sanseverino che, per rimediare alle dissolutezze del padre, si vide costretto a svendere numerosi feudi che costituivano il suo patrimonio. Nel 26 Febbraio del 1612 Carlo Mario Sanseverino alienava il feudo di Santa Sofia. Per quanto riguarda il resto del XVII secolo, lo stato della ricerca storica è ancora incompleto e frammentario. A grandi linee si deve perciò includere la storia di Santa Sofia D' Epiro nel filone più ampio e documentato di quella dell' Italia meridionale dello stesso periodo storico. Si può quindi affermare che, generalmente, fra gli abitanti del casale regnava uno stato di povertà diffusa, a cui sfuggiva una piccola porzione costituita da proprietari terrieri e dalla numerosa classe dei clerici, possessori di mulini ad acqua, vigneti e gelseti. Nel XVIII secolo, grazie anche al miglioramento delle condizioni culturali favorito dall' apertura del collegio italo-greco "Corsini", prima a San Benedetto Ullano, poi a San Demetrio Corone, si sviluppò gradulmente una nuova classe sociale di ceto medio-borghese. Ciò determinò come conseguenza una più forte differenziazione sociale fra gli abitanti di Santa Sofia. Si può ancora oggi individuare questo importante movimento sociale dalla costruzione di numerosi palazzotti "nobiliari" pervenutici nelle sistemazioni del secolo XIX, ma sicuramente iniziati e presenti fin dal secolo precedente, che differenziandosi dal semplice tessuto urbanistico del villaggio, evidenziano lo stato di agiatezza raggiunto da alcune famiglie. Da questi casati provengono figure che hanno reso illustre Santa Sofia nel mondo della cultura: Pasquale Baffi, Angelo Masci e Mons. Francesco Bugliari, propoensi ad accogliere e diffondere le nuove idee del Secolo della Ragione anche a costo della propria vita. Nel secolo del Risorgimento sono stati numerosi i Sofioti che hanno lottato per l'indipendenza e l'Unione della Nazione italiana, dichiarandosi sostenitori della dinastia sabauda contro quella borbonica, percepita come oppressiva e dispotica. A conferma di ciò nel 1861, storico anno del Plebiscito per l'Unità d'Italia, i 352 votanti di Santa Sofia iscritti nelle liste elettorali si espressero all'unanimità per l'annessione del vecchio Regno di Napoli al nuovo Regno Sabaudo. Il centro abitato Il centro storico di Santa Sofia d'Epiro, come quello di tutti i paesi Arbereshe, è organizzato in piccoli nuclei abitativi denominati "Gjitonie" (Rioni). Esso inoltre è suddiviso in due parti: quella superiore "Drelarti" e quella inferiore "Drehjimi", che trovano il loro ideale punto d'incontro nella piazza principale del paese dove sorge la Chiesa matrice dedicata a S. Atanasio il Grande. All'estremità orientale del paese sorge l'antica Chiesa di Santa Sofia detta "Qisha Vjeter", mentre al lato Ovest è situata la Chiesa di Santa Venere. Rivolta verso il paese, sul colle Monogò, è ubicata la Cappella del Santo Patrono di recente restaurata ed ampliata. Dietro l'antico Palazzo Vescovile, in Largo Trapeza, si trova il Municipio, la Biblioteca Civica "Angelo Masci" e il Museo del Territorio e del Costume Arbereshe Architettura Arbëreshë Il "Centro Storico" di Santa Sofia d'Epiro è situato lungo una linea di crinale che si sviluppa da Nord-Est (Altitudine massima 547 m.) ad un livello superiore verso Sud-Ovest (Altitudine minima 587 m.), adagiandosi sul fianco Est, lungo una linea di crinale discendente (Altitudine minima 537 m.). Da fonti filologiche sappiamo che nell'are di Nord-Ovest, zona adiacente all'attuale chiesa di Santa Sofia (Qisha Vjeter), nel IX secolo sorse un minuscolo villaggio fondato da soldati greci, in seguito abbandonato o distrutto. Nel XV secolo, quando giunsero i profughi albanesi, a ripopolare le cinque contrade sterminate dalla peste nera, strategicamente si insediarono nei pressi della chesa vecchia (Santa Sofia – Terra), mentre, con molta probabilità, un secondo gruppo si accampò sul fianco Est oggi la Ca dera don giuannit dove a ricordo poi fu edificata la chiesa di Santa Venere in questo gruppo probabilmente vi erano i superstiti di quella che era stata la contrada di Pedalati e un terzo gruppo sul livello superiore di promontorio, Ca spia Ioscarit svolgendo così, anche servizio di vedetta. Infatti su queste aree vi sono le prime presenze della microstrutture urbane di chiara matrice nomade. Lo spazio urbano che originò il primo nucleo insediativo che, con molta probabilità, riciclava il modo di disporre le tende o le capanne, era organizzato in Gjitonie. Ogni gjitonia (termine di origine greca che significa vicinato) è formata da un gruppo di abitazioni disposte radialmente su uno spiazzo comune detto sheshi su cui vertono gli ingressi di queste dimore il cui accesso è possibile, per alcune, direttamente, sullo stesso livello dello spiazzo; per altre, tramite una scala che da su di un ballato a superare il declivio in cui e posto lo spazio comune. Le abitazioni con lo spiazzo costituiscono un "unicum", quindi un proprio dominio, o meglio, una sola struttura. Gruppi di gjitonie, anche se disposti in modo irregolare, creano un'originale trama urbana che si inserisce armonicamente nel territorio senza violarlo. Le microstrutture si adagiano all'orografia propria del terreno seguendo le curve di livello modificando l'area comune (sheshi), in un piano lievemente inclinato, in modo da rendere possibile lo scorrimento delle acque. Tale "impianto urbanistico" è totalmente estraneo alla cultura italiana. A Santa Sofia è facile riconoscere tale trama, anche se molte abitazioni sono state manipolate irrimediabilmente più volte; nonostante ciò, vi sono ancora taluni siti in cui è possibile riconoscere questo modo di organizzarle esse sono generalmente di tre tipi e dipendono dalla estrazione sociale di chi le occupa.

Tipi edilizi

La dimora del nobile è a due livelli oltre la copertura a falde e si distribuisce come segue: a piano terra si trovano i depositi dei prodotti che vengono dalla terre e gli attrezzi per la lavorazione, una serie di locali di forma quadrata molto regolari che da un lato affacciano con gli ingressi sulle piccole strade (Ruga) la cui ventilazione è assicurata da finestre a ridosso del declivio il primo di questi locali è l’ingresso della abitazione, attraverso una scala interna da accesso all’alloggio, ornato da portali in pietra lavorata e affaccia nell’area comune, Esistono vari esempi di gjitonie, in quasi tutto il "Centro Storico", che meritano di essere considerati, e la cui attenta osservazione ci fornisce diverse informazioni sul modo di concepire e organizzare l'abitare da parte di questo popolo. Nonostante la quasi totale trasformazione di queste microstrutture, nel corso degli anni, esse racchiudono un' atmosfera che ci riporta ad un tempo lontano, ormai passato, in cui si viveva in strettissima socialità, che ha contribuito notevolmente a generare un tale tipo di struttura che, non a caso, è circolare, tondo, segno di uguaglianza sociale, in quanto gli espatriati erano legati fra loro da inscindibili vincoli sociali. Per quanto concerne l'architettura, essa è eminentemente popolare e quindi non si presenta in modo appariscente. Le abitazioni originarie, tipologicamente molto semplici, con pianta quadrangolare quasi sempre irregolare, a uno o due livelli con sottotetto, e tetto a uno o due falde, ricoperto da coppi di terracotta, sono simili alle modeste case rurali del contesto calabrese, ma presentano dei caratteri propri e originali, specie di chiara matrice balcanica. Un elemento estraneo alla cultura locale consiste nell'inserimento del forno all'interno dell'abitazione. Questo avviene per due motivi: in primo luogo perché gli albanesi avevano un loro modo di cuocere i cibi, prediligendo cucinare infornando le pietanze, in secondo luogo vi è un motivo funzionale, poiché il forno fungeva, scaldandosi, da stufa producendo, assieme al camino, calore. Un esempio dove è possibile osservare dall'esterno parte della volta a bacino ("gobba") del forno, si trova in una abitazione in Via Ascensione, nella parte "alta" del paese (zona Sud Ovest). Altri elementi di diversità sono le forme di alcune piccole aperture di chiara matrice orientale. Gli angoli di diversi edifici sono parzialmente smussati culminando in alto con un archetto, rivolto verso l'esterno, a sesto acuto; scelta non solo formale, ma anche funzionale un quanto rendeva più agevole il passaggio agli animali da soma, quando erano muniti di ampio carico. Gli stemmi posti nelle chiavi di volta di alcuni portali sono emblemi di legione, segno di un popolo di guerrieri, in cui anche le donne prestavano servizio militare. A volte, attraverso i vetri di qualche finestra, si scorge una tendina con motivi balcanici, che contribuisce ad armonizzare il contesto architettonico. In alcuni centri di origine albanese del circondario attualmente, vi sono artigiani (per lo più donne), che dalla lavorazione delle piante di ginestre producono una fibra con cui realizzare drappi ornamentali con originali finiture tipicamente arbëreshë. Ultimo testimone di questa presenza orientale, è il semplice cantonale curvo di alcuni edifici.

Toponomastica

Nella toponimastica del Centro Urbano molte strade mantengono vivo, ancora oggi, il ricordo dei luoghi da cui provennero nel XVI secolo, i primi esuli greco-albanesi. Alcune, invece, portarono i nomi dei cittadini sofioti che nei tempi passati si sono distinti nella cultura e nell'impegno politico e patriottico. Altre ancora testimoniano toponimi tipici della comunità arbëreshë che si mantengono ancora inalterati nella memoria storica degli abitanti del paese.

Edifici principali

Alla fine del XVII secolo, con la caduta del principato dei nobili Sanseverino viene a crearsi una nuova classe sociale costituita da coloro che erano al servizio del principe e da cittadini di Santa Sofia che divennero proprietari di alcuni terreni. Sorsero così all'inizio del XVIII secolo i primi palazzi nobiliari: Palazzo Fazio, Palazzo Becci, Palazzo Bugliari (l'attuale municipio), Palazzo Rizzuti, Palazzo Toscano, Palazzo dei Vescovi di Bisignano.

Museo del Costume

Prezzo Palazzo Bugliari si è istituito il museo del costume e del territorio. Si può ammirare la ricostruzione fedele e completa della vestizione delle donne albanesi. La raccolta comprende vestiti giornalieri, di festa, di mezza festa nuziale e di lutto. L'originalità dell'iniziativa risiede nel valore storico degli abiti che con la loro regalità testimoniano concretamente la dignità e il prestigio della famiglia da cui la donna proveniva e nello stesso tempo il decoro di quella del marito che accoglieva la nuova sposa. Inoltre è possibile ammirare questi costumi anche passeggiando per le vie del paese, in quanto Santa Sofia d'Epiro è uno dei pochi centri dove le donne anziane usano ancora vestire con gli abiti tradizionali. Altre occasioni per ammirare questi vestiti sono le numerose manifestazioni folkloristiche, tra le quali la più famosa e partecipat è quella della Primavera Italo-Albanese.

Biblioteca civica

La Biblioteca Civica "Angelo Masci" è stata istituita il 24 marzo del 1981. Ubicata nel centro storico, nel signorile Palazzo Bugliari (XIX secolo), è dotata di uno Statuto, approvato nel 1986, conforme alla Legge Regionale n° 17/85. Didatticamente è organizzata secondo il sistema "a scaffale aperto" seguendo le norme biblioteeconomiche attualmente in uso: Classificazione Decimale Dewey; Catalogazione Descrittiva; Catalogazione Semantica. La struttura gestisce con sistemi informatici il proprio patrimonio libraio che ha raggiunto il traguardo di 7000 unità bibliografiche. Diverse sezioni speciali raccolgono interessanti collezioni tra cui spicca la sezione dedicata alle Minoranze Etnico Linguistiche in Calabria: Greci, Occitani e in maniera particolare alle etnie Albanesi in Italia, composta da 1500 titoli, volumi in lingua albanese, tedesca e inglese. Numerose sono le riviste specializzate nel settore: Katundi Yne (Paese Nostro), Zjarri (Il Fuoco), Dita Jote (Il Giorno Tuo), Zëri Arbëreshëvet (La voci degli italo-albanesi), Arza (La Vespa), Ldhja (L'Unione), Zgjimi (Il Risveglio) e Shejzat (Le Pleiadi). Sono presenti una sezione dedicata alla storia di tutti i Paesi della Calabria ed una fornitissima sezione Meridionale. Si segnala, altresì, un ricchissimo fondo antico con numerosi volumi del 1500 e del 1600. Numerose sono state le donazioni. Va segnalata, inoltre, una sezione dedicata ai personaggi illustri di questa Comunità. Infatti l'amministrazione comunale da anni si adopera nella riscoperta di materiale inedito come la riproduzione fotografica del carteggio di Pasquale Baffi, custodito presso la biblioteca nazionale di Napoli. Si conservano, inoltre, la corrispondenza a lui appartenuta o indirizzata e le carte relative agli studi, con la relativa attività di filologo. Info-orario di apertura al pubblico: Da lunedì a venerdì dalle ore 08:00 alle 14:00 inoltre martedì e giovedì dalle 15:30 alle 18:30.

Architettura bizantina

Le chiese di tradizione greca hanno l'abside rivolto verso oriente e sono suddivise in tre parti: nartèce, navata e presbiterio (vima). Il nartèce è un atrio coperto, addossato alla facciata della chiesa. Un tempo riservato ai catecumeni, che non potevano assistere alla celebrazione eucaristica. La navata è il luogo dove si raduna l'assemblea dei fedeli. Nella vima si svolga la liturgia vera e propria. Questo è separato dal resto della chiesa da una parete ornata di icone e munita di tre porte. Da quella principale, detta anche "Porta Reale", può entrare ed uscire solo il sacerdote rivestito dai paramenti sacri. Le porte laterali sono usate dal diacono e dagli inservienti del culto divino. La disposizione delle icone sull'iconostasi segue una regola ben precisa: ai lati della porta grande sono poste le immagini del Redentore e della Madre di Dio. Sui cancelli che chiudono l'accesso principale all'altare si trova l'icona dell'Annunciazione. Sopra la porta grande si trova l'icona dell'Ultima Cena. A destra l'immagine del Precursore e a sinistra quella del santo a cui la chiesa è dedicata. Si accede all'altare attraverso un gradino a forma di seno materno, chiamato "Solèa", a significare che Maria, come Madre, nutre tutti con l'Eucaristia. Infatti è su questo ripiano che il celebrante distribuisce la comunione ai fedeli. Nelle chiese ortodosse, l'altare ha sempre forma quadrata ed è sormontato da un ciborio (baldacchino), coperto da una cupola. Dalla volta del ciborio pende sull'altare una colomba che ha la funzione di tabernacolo (artofòrio). Sull'altare si trova sempre il Vangelo e sotto di esso, ripiegato, sta l'"antimìnsion", drappo su cui è raffigurata la Deposizione di Cristo e contenente le reliquie dei Martiri. Viene dispiegato durante la liturgia prima del Grande Ingresso e su di esso si celebra l'Eucaristia. Ai lati dell'altare vi sono altri due piccoli tabernacoli: a destra il diakonikòn (altare di servizio), dove vengono deposti i pararmenti del sacerdote e del diacono. A sinistra, la "pròthesis" (altare della preparazione) dove vengono preparati il pane e il vino prima della liturgia.

La tradizione liturgica orientale

Dopo il 1468, anno di morte di Skanderbeg e inizio della disfatta albanese, si ebbe una grande migrazione che portò numerosi albanesi a stabilirsi nel Regno di Napoli. Queste persone provenivano in maggior parte dall' Albania meridionale e dall' Epiro ed erano perciò di fede ortodossa, posti sotto la giurisdizione del patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Per qualche tempo dopo il loro arrivo, gli albanesi furono affidati all metropolita di Agrigento, nominato dall'arcivescovo di Ocrida, con il consenso del Papa di Roma. Dopo il concilio di Trento le comunità albanesi vennero poste sotto la giurisdizione dei vescovi latini del luogo, determinando, così, un progressivo impoverimento della tradizione bizantina. Fu in questi anni che molti paesi italo-albanesi si videro costretti ad abbandonare il rito greco. Per salvaguardare la loro tradizione la Chiesa Cattolica decise di creare delle istituzioni per l'istruzione dei giovani di rito greco. Nel 1732 Papa Clemente XII eresse un seminario in San Benedetto Ullano e nel 1735 lo stesso Papa nominava un vescovo ordinante per la Calabria e la Basilicata. Questi vescovi non avevano alcuna autorità sulle popolazioni italo-albanesi, il loro compito restava limitato alla vita del seminario, alle ordinazioni sacre e al conferimento della Cresima. Per molto tempo questa situazione rimase immutata e spesso le comunità albanesi hanno espresso a Roma la richiesta di avere dei vescovi propri con piena autorità. Fu Benedetto XV ad esaudire le loro richieste creando nel 1919 un' Eparchia (Diocesi) per gli italoalbanesi dell' Italia peninsulare con sede a Lungro, staccando dalle Diocesi di rito latino le parrocchie che ancora conservano il rito greco.

La vita liturgica

Nel rito bizantino si hanno tre testi per la liturgia eucaristica: la liturgia di San Giovanni Crisostomo, quella di San Basilio e quella di San Giacomo. La Divina Liturgia attribuita a San Giovanni Crisostomo è la più usata e si divide in tre parti: 1) La preparazione: su di un altare laterale detto anche "pròthesis", il celebrante prepara pane e vino che serviranno per la celebrazione eucaristica. 2) La Liturgia della Parola: questa parte comprende il canto dei salmi "antifone", la processione con il Vangelo (piccolo ingresso), la lettura dell'epistola e la proclamazione del Vangelo. 3) La Liturgia eucaristica: comincia con la processione in cui si trasportano il pane ed il vino sull'altare. Comprende la recita del Credo, l'Anàfora, la Comunione e le preghiere di conclusione. Anche la liturgia attribuita a San Basilio il Grande prevede lo stesso schema e viene celebrata dieci volte in giorni ben determinati lungo l'anno liturgico, soprattutto durante la Quaresima. La liturgia di San Giacomo viene celebrata in occasione della sua festa ma nella comunità Sofiota è caduta in disuso.

La Grande e Santa Settimana

E' uno dei periodi più suggestivi dell'anno liturgico. Si caratterizza per la solennità delle funzioni liturgiche e per l'austerità del digiuno. I primi tre giorni (da lunedì a mercoledì) sono contraddistinti dalla celebrazione dell' "akoluthìa tù Ninfiou", funzione del Cristo Sposo, che segue lo schema del mattutino. Nel Giovedì Santo, la mattina si celebra la Liturgia di San Basilio il Grande con la lavanda dei piedi. Nella sera ha luogo l'Ufficiatura della Passione, costituita da dodici letture tratte dai quattro Vangeli. Al termine della funzione viene allestito dalle donne il Tàfos (Sepolcro). Nel Grande e Santo Venerdì dalla mattina presto comincia la recita delle Grandi Ore (I; III; VI e IX) a cui segue il vespro con la deposizione di Cristo dalla Croce. Nel pomeriggio si anticipa il mattutino del Sabato Santo. Il momento centrale di questa funzione è il canto degli "Enkòmia" (lamentazioni) davanti all' Epitàfios (icona di Gesù morto giaciente nel sepolcro). Durante la terza stàsis degli enkòmia, il celebrante asperge il popolo con profumo, come le Donne Mirofòre cosparsero il Corpo di Cristo. Al termine si esce in processione con il Tàfos e la statua della Madonna Addolorata. Nel Grande e Santo Sabato si ricorda la discesa di Gesù agli Inferi. Durante la Divina Liturgia di San Basilio, dopo il canto dell'epistola, il sacerdote sparge per tutta la chiesa foglie di alloro in segno di gioia per la preannunciata resurrezione. Nella notte fra il Sabato Santo e la Domenica di Pasqua avviene l'annuncio della resurrezione. Nella chiesa al buio si recita il Meonikitikòn (ufficiatura della notte). Alla sua conclusione il sacerdote accende il cero pasquale dalla lampada perenne che arde davanti all'Icona di Cristo ed invita i fedeli a ricevere "la Luce che non ha mai tramonto". Quindi si esce in processione per proclamare la resurrezione di Cristo. Simbolica anche la funzione della "àrate pìlas" (si aprono le porte): il sacerdote bussa alla porta della chiesa con la Croce processionale e, dopo un breve dialogo con dei fedeli rimasti all'interno, vi entra maestosamente al canto del Kristòs anèsti ek nekròn... (Cristo è risorto dai morti). Si prosegue quindi con la liturgia solenne di San Giovanni Crisostomo. Al Vespro della Resurrezione, la sera della Domenica di Pasqua, la lettura del Vangelo viene proclamata in varie lingue e al termine, dopo il licenziamento, risuona il triplice annuncio della resurrezione: Kristòs anèsti, alithòs anèsti! Cristo è risorto, è veramente risorto! Khrishti u ngjall, vërteta u ngjall! Rispettivamente in greco, italiano e shqip, la lingua degli italo-albanesi derivante dall'antico albanese.

Le icone

Le icone non sono semplici quadri a soggetto religioso. Per i cristiani orientali hanno un grande significato teologico. Esse sono il luogo della presenza divina, una finestra sul mistero dell' Incarnazione ed avvicinano gli uomini alla comprensione di Dio. L'iconografo offre umilmente la sua mano e la sua arte alla Chiesa, nel rispetto dei severi canoni fissati dai Padri, preparandosi alla pittura con digiuno e preghiera. Per questo motivo, i pittori di icone sono generalmente monaci. Il presupposto della pittura delle icone è il mistero dell'Incarnazione di Cristo: <<Se Dio si è fatto uomo è naturale poter dipingere la Sua immagine; è l' Invisibile che ha scelto di rendersi visibile>> sosteneva Giovanni Damasceno, Padre della Chiesa e tenace oppositore degli iconoclasti. Nel compiere la sua opera, l'iconografo non deve mai ispirarsi alla realtà; ogni elemento fisico nell'icona deve essere filtrato attraverso la visione teologica. L'anatomia delle figure umane è volutamente distorta: gli occhi ingranditi hanno lo sguardo fisso verso l'assoluto, la fronte spaziosa e alta sottolinea la preminenza del pensiero contemplativo. Anche i colori hanno un significato simbolico: l'oro, usato nello sfondo e nelle aureole dei Santi, indica la presenza della divinità, il rosso simboleggia la natura divina, il blu la natura umana, il giallo la presenza dello Spirito.

Le contrade

Santa Sofia d'Epiro è un centro ad economia prevalentemente agricola, per questo motivo la ricchezza del suo territorio è costituita dalle numerose contrade dove risiede gran parte della popolazione e dove si svolgono tutte le produzioni agricole. Il territorio di Santa Sofia ha un'estensione totale di circa 39 Kmq, ha una morfologia tipicamente collinare e un' altitudine media compresa tra i 550 e i 750 metri s.l.m.. La sua rete idrografica è costituita da numerosi torrenti, e i due corsi d'acqua più importanti sono il fiume Crati e il torrente Galatrella. Confina con i comuni di Bisignano a Sud-Ovest, di San Demetrio Corone ad Est, di Tarsia a Nord e Nord-Ovest. Le contrade più importanti e popolose sono: Cavallodoro, Acci, Grottile, Scesci, Gaudio, Zarella e Serra di Zotto. Lo sviluppo urbanistico del centro antico e la sua evoluzione sino ai giorni nostri è in fase di elaborazione dell' architetto Atanasio Pizzi


ATOSSI da Napoli -----------------------------------------------------------------------------------

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